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Oblio coatto

“L’OSSERVATORE SPIATO” RIVISTA OCCASIONALE IN RETE

Oblio coatto

Parlare oggi di cancel culture potrebbe in un certo qual modo urtare la sensibilità di molti professionisti dell’Informazione, ergo, più se ne parla meglio è. Originariamente la cancel culture nasce in segno di protesta, con lo scopo di boicottare i comportamenti, per esempio, di personaggi pubblici famosi, o di aziende leader nei vari settori di un mercato sempre più globale, o anche di noti autori ed editori, insomma tutti quei comportamenti ritenuti offensivi e per i rappresentanti delle Istituzioni e per chiunque eserciti un certo potere nel mondo socioeconomico. Detto ciò, se venisse praticata – o quanto meno se fosse già stata praticata attraverso le modalità originarie – nulla ci sarebbe da eccepire, in quanto vorrebbe dire che sia i rappresentanti delle Istituzioni che quei noti autorevoli lobbisti si ispirerebbero ad una vocazione predefinita, ovvero quella di fare gli interessi della collettività. Mentre invece – giusto per “fare incetta di iniziative e/o di provvedimenti che da un punto di vista politico non mirano ad altro se non che a favorire” appunto, la collettività – nel corso degli anni i suddetti filantropi hanno sviluppato un sistema (relativo alla cancel culture, beninteso) che ha garantito loro ottimi risultati, in termini di epurazione, cominciando per esempio dall’estetica relazionale: si pensi a quante e a quanti artisti fu e sarà matematicamente precluso qualsiasi riconoscimento per il semplice fatto che – se qualcuno, in buoni rapporti con tali luminari della filantropia, decidesse di allestire una mostra d’arte contemporanea (esponendo in buona sostanza delle patacche a degli stolti che nulla capiscono d’arte) facendo passare quella mostra come una sorta di manifestazione di tendenza irrinunciabile – quegli artisti continuerebbero a restare, ma soprattutto a considerarsi, come se fossero dei falliti, proprio perché i partecipanti di quella mostra preferirebbero magari acquistare quelle patacche, piuttosto che un prodotto esteticamente non interpretabile ed eticamente consono al contemporaneo. Utopie a parte, la cancel culture non ha soltanto epurato progressivamente il lavoro di troppi artisti contemporanei, ma sta continuando deliberatamente di evitare di parlare di notizie, che dovrebbero invece essere di pubblico dominio, argomentando di tutt’altro per far sì che l’opinione pubblica dimentichi quelle notizie che dovrebbero essere sempre in prima pagina. Banalità, questa, che dovrebbe poter essere scolpita nella roccia, alla stregua di quella roccia dove fu scolpita l’arcinota Stele di Rosetta, per capirci. La domanda è: se la tendenza della cancel culture è dunque quella di “normalizzare” qualsiasi atrocità o barbarie perpetrata nei confronti di civili inermi all’unico scopo di sostituire etnicamente dei popoli che sono considerati ribelli con dei popoli che sono addirittura fieri, di essere schiavi, per quale ragione non si dovrebbe aprire un dibattito pubblico permanente su questo argomento?