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Paura e coraggio

“L’OSSERVATORE SPIATO”

RIVISTA OCCASIONALE IN RETE

Paura e coraggio

Come spesso accade in questo Paese, quando un fatto di cronaca diventa un caso politico il Paese si divide e, guarda caso (paradossalmente) la minoranza – in gran parte composta da integerrimi funzionari dello Stato, nonché da vigili paladini dell’Informazione – riesce quasi sempre a spuntarla e a dettare l’iter giudiziario e quello legislativo, da seguire rigorosamente a priori e a posteriori. Così – a seguito dell’attentato intimidatorio commesso ai danni del noto conduttore televisivo Ranucci lo scorso Ottobre e dopo il recente arresto del faccendiere Lavitola, avvenuto la settimana scorsa – è emerso che quest’ultimo durante il primo interrogatorio durato oltre 5 ore ha confessato candidamente non soltanto di essere il mandante, ma anche di aver agito per ‘garantire’ a Ranucci che gli fosse aumentata la scorta di protezione (considerate le minacce subìte). Visto che però i giudici hanno negato la richiesta, da parte del tutore legale di Lavitola, di confinarlo agli arresti domiciliari, si è immediatamente innescata la reazione, reazione che è stata motivata dalla Difesa, così come pure dai quotidiani filogovernativi. Stando alle dichiarazioni della Difesa, dunque, (testuale) l’attentato non poteva che aumentare la tutela del giornalista della RAI e la sua popolarità. Quindi verrà presentata richiesta di un Riesame, anche perché – sempre secondo le ‘tesi’ della Difesa – gli stessi coimputati, arrestati per essere gli esecutori materiali dell’attentato non volevano nuocere in alcun modo al giornalista proprio perché (testuale) loro non avevano alcuna intenzione di far male a Ranucci, lo si vede dalle modalità con cui hanno agito. Il che, per la Difesa, equivarrebbe a sostenere: è un fatto inequivocabile, altrimenti lo avrebbero fatto saltare in aria sul serio. Mentre invece per l’Accusa vorrebbe dire semplicemente che l’atto intimidatorio in sé fu un monito esplicito per indurre il giornalista della RAI a non fare più le sue inchieste, altrimenti la prossima volta avrebbe rischiato più del dovuto. Quanto alla prevedibile reazione dei quotidiani filogovernativi verrebbe da citare il titolo di un film (Nulla di nuovo sul fronte occidentale) talmente è scontata e che in sintesi, anche se non sono state usate le stesse parole, risuonano più o meno a questo modo nel canale uditivo dell’opinione pubblica: è stata tutta una messinscena, se lui (Ranucci) lo sapeva (dell’attentato) è perché ambiva a diventare Premier seguendo le istruzioni di Lavitola. Oppure: paragonarsi addirittura ad Aldo Moro, Piersanti Mattarella e i giudici Falcone e Borsellino per aver subìto un atto intimidatorio significa calpestare la memoria dei veri difensori delle Istituzioni. E via discorrendo. Non a caso sia l’attuale Presidente del Senato che l’attuale Ministro dei trasporti si sono comportati come da copione, nei loro rispettivi ruoli di integerrimi funzionari dello Stato. Il primo – coadiuvato dal suo omologo alla Camera dei Deputati – si è già comunque portato avanti con i lavori e ha provveduto ad azzerare la Commissione di Vigilanza RAI, sostenendo che ‘Report’ va cambiato, non eliminato. Mentre il secondo, dichiarando testualmente: per ora meglio ‘Report’ senza Ranucci, ha dimostrato per l’ennesima volta che ha sempre qualcosa tra virgolette da ostentare, invece che da nascondere. Del resto, se Ranucci avesse ambìto a diventare Premier – su suggerimento di Lavitola – non si spiegherebbe perché si sia già messo al lavoro per il nuovo ciclo di ‘Report’. Ragion per cui – più che demonizzare il cosiddetto metodo ‘Report’, tacciato dai suddetti ‘difensori’ dello Stato per aver condotto delle inchieste farlocche – non sarebbe il caso di fare luce sul metodo intimidatorio usato dagli stessi?